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Diritti Civili, Diritti Umani, Discriminazione, minoranze

I Rohingya. Gli INNOMINABILI.

Nel disinteresse generale Matteo Ariano, membro dell’associazione “Mariateresa Di Lascia” e del comitato nazionale Radicali Italiani, si sta spendendo strenuamente perché la strage di questo popolo venga fermata e non si ripeta. Di seguito un suo articolo sulla storia della persecuzione dei Rohingya ad opera degli estremisti buddisti in Birmania.

I Rohingya sono una popolazione costituita da circa due milioni di persone, attualmente sparsa tra Myanmar, Thailandia, Pakistan, Bangladesh e Arabia Saudita, la cui religione principale è l’Islam.

Circa la metà della popolazione (800.000 persone) vive in Myanmar (l’attuale nome della Birmania) e l’80% di essi nello Stato del Rakhine, altrimenti conosciuto come Arakan – secondo alcuni storici, il nome Rohingya deriverebbe proprio dal nome di questa regione, in cui essi si insediarono intorno al 1400.

Nell’estate del 2012 l’etnia Rohingya è stata vittima di una serie di episodi di violenza scatenata dai nazionalisti buddisti, che ha prodotto circa un centinaio di morti, oltre 2.500 case bruciate e 140.000 persone di etnia Rohingya tuttora in campi profughi, col divieto di allontanarsene. A fronte di tali violenze, la risposta del Governo birmano fu l’imposizione del coprifuoco, della legge marziale e la richiesta alle Nazioni Unite di “spostare” i Rohingya in un altro Stato.

A seguito di quei tragici fatti, l’Assemblea Generale dell’ONU approvò una risoluzione non vincolante, nella quale si chiedeva espressamente al Governo birmano di riconoscere i diritti umani dei Rohingya, incluso il diritto alla nazionalità, e il Parlamento Europeo votò due risoluzioni dello stesso tenore.

Attualmente, la stragrande maggioranza dei Rohingya si è vista negare la cittadinanza dal governo birmano in quanto la Costituzione non li include tra i popoli indigeni (sono circa 135 le etnie presenti in Birmania); conseguentemente, essi non hanno accesso a diritti elementari come quello alle cure mediche ovvero all’educazione. Sono perfino state approvate norme chiaramente discriminatorie: su pressione dei nazionalisti buddisti, si è introdotto per legge il divieto di matrimoni tra Rohingya e buddisti. In alcune città è stato loro vietato, dalle autorità locali, di avere più di due figli per coppia, pena il carcere o l’applicazione di una multa. Su quest’ultimo aspetto, sono intervenuti anche rappresentanti dell’ONU, chiedendo di abolire subito la misura, che costituisce una chiara violazione dei diritti umani, ricordando come il Myanmar abbia ratificato la Convenzione ONU sui diritti della donna, che prevede il diritto della donna di decidere liberamente e responsabilmente il numero di figli.

La situazione di questo popolo è di tale sofferenza che ne determina la fuga verso altri Stati, con ogni mezzo: dal 2012 decine di migliaia di Rohingya sono scappati dal Myanmar, principalmente verso Thailandia o Malesia, molto spesso pagando per poter entrare clandestinamente, rischiando di morire ovvero di diventare facile preda di sfruttatori di ogni genere.

I dissapori tra questa popolazione e quella birmana risalgono ai primi del ‘900, quando i Rohingya furono incentivati ad insediarsi nello Stato del Rakhine dal governo coloniale inglese, che necessitava di manodopera a basso costo per i campi

Il movimento estremista buddista 969 promuove la cancellazione dei Rohingya

di riso. Tuttavia, è solo con l’arrivo delle giunte militari, ai giorni nostri, che l’odio etnico e religioso nei confronti di questa popolazione viene fomentato.

L’ideologia nazionalista ora al potere, difatti, tendendo ad esaltare la religione buddista quale elemento unificante dello Stato determina una discriminazione nei confronti di tutte le minoranze. E’ per tale ragione che il popolo Rohingya, pur abitando quelle zone del Myanmar da secoli, non viene riconosciuto nella propria identità dal governo birmano. Quest’ultimo, infatti, rifiuta di chiamare i “Rohingya” con il loro nome, definendoli al più “Bengali”, ossia immigrati clandestini provenienti dal Bangladesh. A sostegno di tali posizioni, è persino nato un partito estremista buddista, il “969”, capeggiato dal monaco Ashin Wirathu, che incita all’odio contro i musulmani, ritenendo che essi siano invasori con un piano per islamizzare tutto il Myanmar.

Rispetto a questa situazione desolante, mentre fa discutere il persistente silenzio di Aung San Suu Kyi, la leader nonviolenta dell’opposizione birmana, anch’essa vittima dei soprusi del regime autoritario birmano, l’unico uomo politico di rilievo mondiale che sinora abbia avuto il coraggio di pronunciare pubblicamente la parola “Rohingya” è stato il presidente statunitense Obama, nel corso della sua visita in Estremo Oriente lo scorso Novembre.

A metà gennaio 2015, si è svolta la visita della Rappresentante per i diritti umani in Birmania delle Nazioni Unite, Yanghee Lee, per verificare se ci fossero stati progressi nella tutela dei diritti dei Rohingya. Al termine del viaggio, durato circa dieci giorni, la Lee ha dichiarato di non aver riscontrato alcun miglioramento rispetto al trattamento di questa etnia. Diverse sono state le proteste da parte dei nazionalisti e degli estremisti buddisti rispetto alla presenza della Rappresentante ONU. Mentre il Governo birmano le ha rimproverato l’uso della parola “Rohingya”, il monaco buddista Wirathu l’ha addirittura apostrofata come “prostituta” e “cagna”, nel corso di un comizio.

Assieme ad un’associazione di Rohingya rifugiati in Europa, lo ”European Rohinghya Council” (ERC) ho preparato una petizione on line, indirizzata al Pontefice, perché ripeta il gesto del Presidente Obama e pronunci pubblicamente la parola “Rohingya” in uno dei suoi discorsi. Tale gesto serve anzitutto ad accendere le luci su di un popolo la cui situazione è pressoché sconosciuta alla maggioranza. Esso, inoltre, sarebbe tanto più significativo in quanto anche i cattolici sono una minoranza perseguitata in Birmania e diverse decine di chiese sono state date alle fiamme a partire dalla fine del 2011. Avrebbe dunque, l’obiettivo, di affermare il principio della libertà di religione ovunque.

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Per poter firmare la lettera aperta al Pontefice, basta andare sul sito: https://www.change.org/p/pope-francis-please-say-rohingya-word

Matteo Ariano

Membro del Comitato Nazionale di Radicali Italiani

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